
Due voci una sola magia
G.: Il turno volge al termine e i piedi guardano già verso casa. Ho sudato le mie sette camicie per oggi e ne sono soddisfatta. La stanchezza prende il sopravvento. Per oggi penso di non avere nient'altro da dare.
Per oggi.
Giro un po' per la sala di aspetto controllando se ancora c'è in giro qualche 'cliente' (Yurij dixit) disponibile. Vediamo, mi sembra tutto sotto controllo. Per oggi tutto sistemato, dunque.
Per oggi.
R.: Vedo Yurij dirigersi velocemente verso di me, mi chiama dicendomi: «Rachele vai d'urgenza in odontoiatria, c'è un bambino che deve fare un intervento e non apre la bocca da un paio d'ore, altri ci hanno già provato ma non è successo nulla, provaci tu!».
G.: Pare che una dottoressa abbia chiesto il nostro aiuto per cercare di distrarre il suo piccolo paziente e così togliergli di dosso quella 'pauraccia' del dentista.
R.: Un lungo respiro, il cuore che mi balza in gola mentre le parole di Yurij mi rimbombano dentro.
Vado. Come a dire «Cara Dottoressa 8Volante tocca proprio a te!».
Guardo Yurij, gli sorrido e quasi lo imploro di mandare qualcuno con me.
G.: Un'emergenza, la chiamano. Emergenza...
EMERGENZA?!?
Ma quale emergenza? Stiamo scherzando?!? Non siamo mica dottori veri noi!!!
Quasi dimenticandomi il motivo per cui sono lì, ingenuamente chiedo:
«E che cosa ci posso fare io?!?».
R.: Vado. Sono da sola quando entro nella stanza. In punta di piedi vengo accolta subito calorosamente dallo staff medico.
G.: In quel momento mi trovo sulla porta dell'ambulatorio. Yurij mi fa cenno di entrare. Vedo la Dottoressa 8volante, il mio Bianco, già all'interno della stanza. La vedo coraggiosa mentre si fa largo delicatamente in quel labirinto dentistico stretto, stretto e pieno di strumenti. Osservo lei che abilmente è riuscita a prendere una posizione in cui il bambino possa vederla.
R.: Mi presento con un bel: «buongiorno sono la Dottoressa 8Volante!» e S. mi guarda silenzioso e impaurito. Occhi negli occhi per istanti lunghi dei secoli, come a dirgli: «fidati andrà tutto bene!»
G.: Sono confusa, ma con la Dottoressa 8Volante mi sento tranquilla.
R.: Gli presento anche il mio ukulele ('chitarrino' hawaiano a 4 corde). Lo faccio suonare in tutti i modi possibili, dicendo suona così, suona cosà, suona anche di qua... S. mi guarda, a dire il vero guarda più il mio ukulele, che piano piano ha iniziato a suonare per lui.
G.: A me sembra di stare dentro a una cristalleria. È viva in me la consapevolezza che un movimento troppo ampio sull'oggetto sbagliato lo farebbe cadere e nella caduta staccherebbe un filo che poi ne staccherebbe un altro e che poi...
Mi sento di troppo.
Poi è la a Dottoressa (quella vera) ad aprirmi la via.
R.: … e nota dopo nota arriva la Dottoressa Tantecose.
G.: Dopo varie contorsioni sono vicina al mio Bianco e, finalmente, anch'io mi trovo di fronte a S.
S. è steso sul lettino e ci sta come se fosse sul patibolo. Non apre la bocca. Non si sbaglia, non lascia aperto nemmeno un pertugio per permettere alla Dottoressa (quella vera) di inserire i suoi strumenti. La situazione sembra più complicata di quello che pensavo. S. è deciso a rimanere della sua idea: oggi non aprirà la bocca.
R.: Scherziamo sul ritardo della Dottoressa Tantecose... S. è fermo, ci segue e ci ascolta, ma non apre la bocca.
G.: Primo: capire la situazione. Il bambino ci accoglie con diffidenza. Il bambino, a guardarlo bene, non è proprio un bambino. Quel bambino direi che è più un adolescente o almeno ci si avvicina. S. si guarda bene dal dire il suo nome. La paura che l'atto di aprire la bocca possa essere il lascia passare per intervenire sui suoi denti è troppo grande.
R.: La Dottoressa (quella vera) gli avvicina gli strumenti del mestiere, a quel punto chiedo se ci può spiegare a cosa servono. Chiedo anche se lo strumento che getta acqua possiamo provarlo, e allora ci facciamo fare una bella doccia alla mano.
G.: Secondo: fare qualcosa. 8volante ha avuto delle buone intuizioni. Ora si è fatta spruzzare sulla mano quell'acquetta che la Dottoressa (quella vera) dovrebbe usare su S. E così penso di farmi fare lo stesso. «Anch'io, anch'io!», dico.
R.: … e anche S. ora vuole farlo.
G.: Sono serviti un po' di minuti per stabilire un contatto con lui.
R.: Ora si è improvvisamente disteso, come tacitamente calmato.
G.: Terzo: musica. 8Volante intona un motivetto con il suo ukulele rosso e mi invita ad aprire bene la bocca per cantare meglio:
«Dottoressa Tantecose apra di più»,
«come così?»,
«di più»,
«così?!?»,
«di piùùùùùùùù!!!».
R.: Collaudati tutti gli strumenti abbiamo iniziato il nostro cantare per lui, improvvisando nota dopo nota.
G.: Nella convinzione di essere un coccodrillo che sbadiglia intono una melodia improvvisata sugli improvvisati accordi della mia compagna.
Passa qualche minuto – o qualche minuto è quello che sembra stia passando -. 8Volante e io non abbiamo mai smesso di suonare e cantare. S. non ha mai smesso di guardarci, ma ancora non si è dimenticato che vuole tenere la bocca chiusa.
R.: S. tiene i suoi occhi fissi nei nostri.
G.: Senza dircelo 8volante e io capiamo che non dobbiamo ancora abbandonare quel motivetto. È difficile lasciarlo andare via. La necessità di continuare ancora su quella strada è una sensazione irresistibile.
«Tantecose, non dimentichi di aprire bene la bocca. Mi raccomando.»
«Come, così?»,
«Di più...»
R.: Poi non so quale magia sia nata...
G.: Quarto: la nascita della magia.
Sembra una canzone infinita o forse lo è. Chissà che note saranno.
Il suono dell'ukulele rosso, le vibrazioni della voce, i sorrisi della Dottoressa (quella vera), le battute delle infermiere sulla nostra insolita esibizione... non manca niente. Quello è il momento giusto e S. lo ha capito. Con lo sguardo ancora fisso su questi insoliti personaggi che dentro un ambulatorio dentistico si sono intestarditi per cantargli una canzone che non esiste:
S. apre la bocca.
R.: Un'emozione improvvisa mi ha tolto il respiro.
G.: 8volante e io continuiamo col motivetto, ma qualcosa è cambiato. Un colpo mi prende lo stomaco e si espande fino alle lacrime che vorrebbero uscirmi dagli occhi, ma le faccio resistere. Guardo la mia compagna e le metto una mano sulle spalle, quasi come per appoggiarmi perché l'emozione non mi tiene le gambe.
R.: Da dietro sento la mano della Dottoressa Tantecose. Beh, l'emozione è travolgente per tutti anche per lo staff medico che incredulo e felice porta avanti il proprio operato.
G.: Eccoci lì dopo non so quanto tempo, insieme a S. che ora apre la bocca. Guardo 8Volante come per dire: «vedi anche tu quello che vedo io?». Annuisce leggermente. Se lo vede anche lei allora vuol dire che è vero.
R.: Poi S. chiude la bocca come un fulmine a ciel sereno, io guardo la Dottoressa Tantecose e le dico, cercando di far cadere su di lei la colpa dell'accaduto: «Certo, se canta così cosa bisogna fare?!?»...
Allora Tantecose nello spiegare in modo buffo l'accaduto, rivolgendosi a S. capisce che è un bambino russo, e lei il russo lo conosce e a noi due era già capitato di lavorare in russo.
G.: «Kak tebjá sovút»?
R.: S. si calma di nuovo, io incalzo la Dottoressa Tantecose con un russo che di russo non ha proprio nulla. Poi le dico che bisogna ricaricare le pile per tornare a cantare bene. Con una magia, inizio a prendere delle luci rosse da S. Le prendo da lui e le metto nel mio ukulele e anche nella bocca di Tantecose, dicendo: «Apra la bocca se vuole l'energia, Dottoressa!!!».
L'energia passa da S. a noi, da noi a S. e per un altro magico motivo S. ha riaperto la bocca e l'intervento viene portato a termine.
G.: La paura finisce, quella di S. e quella nostra.
R.: Si è creato un bellissimo clima tra noi S. e lo staff medico. Era quasi una festa, è stata la vittoria di tutti che questo bambino fosse riuscito ad aprire la bocca.
Quasi non volevano che andassimo via, e a onor del vero saremmo rimaste lì per un tempo senza fine, in quella gioia condivisa, in quegli occhi stupendi di bambino.
G.: «Ciao S.! Anzi, do svidanija!»
Uscendo mi informa che in Russia si dice così. Allora anche noi oggi diciamo così:
«Do svidanija!», per oggi ci salutiamo così, va bene.
Per oggi.
R.: Mentre usciamo S. mi guarda e mi dice: «com'è che si suona il tuo ukulele da dietro?».
L'ho fatto suonare per lui, mentre mi sorrideva il cuore, perché non solo aveva aperto la bocca, si era persino ricordato la prima cosa che gli avevo detto.
Sono orgogliosa di essere un Clown-Dottore. È per delle gioie così che val la pena vivere.
