Archivi per categoria: Storie di corsia

Il Clown dentro di Te

9 e 10 marzo 2019
Dalle ore 11 alle ore 18

Circolo il Progresso
via Vittorio Emanuele n 135, Firenze

Alla scoperta della creatività che è in noi

Laboratorio intensivo condotto da

Vladimir Olshansky

Programma

  • Scoprire le sorgenti della creatività
  •  Ego
  • I 4 centri del corpo umano
  • Origine della improvvisazione e il suo utilizzo
  • Uso dell’impulso
  • Uso della commedia fisica: il linguaggio del corpo e le emozioni

Informazioni generali

2 incontri per un totale di 12 ore
Minimo 10 persone
Costo: 120 euro

Iscrizioni entro il 28 febbraio 2019
mail formazione@soccorsoclown.it
cell. 3392853434

Vladimir Olshansky

laureato alla Scuola Nazionale del Circo e Teatro di Varietà di Mosca,

Guest Artist Clown del Cirque du Soleil.

Ruolo principale in “Slava Snow Show” di Slava POLUNIN Direttore Artistico di Soccorso Clown

Stelvio Challenge 2018: il comunicato stampa

Stelvio Challenge 2018: il comunicato stampa

Va oltre ogni aspettativa e permette di raccogliere più di 23 mila euro l’edizione 2018 di Stelvio Challenge la gara ciclistica di beneficenza che regala sorrisi ai bambini ospedalizzati, svoltasi venerdì 29 giugno sui tornanti della montagna del Passo Stelvio (2760 metri di altitudine) in alta Valtellina al confine tra Bormio e la Val Mustair in provincia di Bolzano, organizzata dalla Onlus Soccorso Clown S.C.S. (il primo servizio di clown ospedaliero presente da 20 anni in Italia) e la sorella olandese Fondazione Pim che, per potenziare il progetto Clinic Clown, dieci anni fa ideò questo evento di livello internazionale. L’importo verrà devoluto a supporto dei clown ospedalieri professionisti che potranno intensificare il loro lavoro a fianco degli operatori sanitari presso l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù e del Policlinico Umberto I, entrambi di Roma. La rete del dono quest’anno si rafforza ancora di più, grazie ad una serie di collaboratori sensibili che hanno dato vita ad un evento importante che ha registrato la partecipazione di 150 tra ciclisti e maratoneti tra olandesi e italiani, che partiti dalla piazza del Kuerc a Bormio dopo il saluto dell’assessore Roberto Spechenhauser, scortati dalla macchina della Polizia Locale guidata dal Comandante Morena Vitalini e dall’ambulanza della Misericordia di Prato, in perfette condizioni atmosferiche hanno affrontato con un entusiasmo fuori dal comune la salita allo Stelvio.

Stelvio Challenge 2018 e Luca Panichi

La vera protagonista è stata la solidarietà; l’atleta più esemplare Luca Panichi, 47 anni di Curciano (Perugia) ex campione di ciclismo che ha sfidato per la quinta volta di fila 12 tornanti della Cima Coppi con la sola forza delle braccia sulla sua carrozzina, impiegando cinque ore e 30 minuti, scortato da volontari e clown terapeuti tra cui Daria e Daniele. Luca dice che avrebbe potuto metterci un ora in meno se avesse studiato una alimentazione più adeguata allo sforzo… “Sono l’ambasciatore del sorriso – dichiara – Per me è stata a importante la mia inclusione in questo contesto di sfida benefica a fianco di Soccorso Clown di cui sostengo i principi, in cui ho potuto mostrare come il limite, più in generale un handicap o una malattia, sia un punto su cui lavorare e che si può superare con tanta forza di volontà, per essere di nuovo protagonisti della propria vita e con la propria identità. Nonostante sia rimasto senza energie, ho gestito la crisi per arrivare fino in cima – afferma col suo sorriso disarmante, annunciando di aver aperto sulla sua pagina facebook una sezione apposita per estendere la rete del dono di Soccorso Clown – E’ stato bellissimo condividere l’impresa con tante persone che si fermavano senza commiserazione. Mi auguro che questa attività diffusa di sport con il valore aggiunto dello scopo benefico prefissato da Soccorso Clown e Fondazione Pim riesca ogni anno sempre di più a coinvolgere persone e a fornire strumenti per alleviare le sofferenze dei bambini che soffrono”. Sono stati tanti gli amici e i sostenitori che si sono radunati attorno alla Stelvio Challenge di quest’anno, a cominciare dalla cittadina di Bormio, da MSD, EcorNaturasi, la Banca Popolare di Sondrio, l’Unione Sportiva Bormio, l’Associazione I Reparti, il Negozio della Latteria di Bormio, il Parco Nazionale dello Stelvio, il Lions Club Bormio, Bormio Terme, Arciconfraternita la Misericordia di Prato. La soddisfazione di aver regalato così tanti sorrisi ai bimbi ospedalizzati la si legge nei volti di Yury Olshansky fratello di Vladimir, con il quale nel 1995 insieme al suo braccio destro Caterina Turi Bicocchi fondò Soccorso Clown in Italia ispirandosi all’Unità Sanitaria di Clown – Clown Care Unit – di Big Apple Circus a New York, dal collega olandese Ton van der Veer fondatore di Pim Foundation che 10 anni fa decise di coinvolgere Soccorso Clown nell’evento Stelvio Challenge per sostenere Clinic Clown. “In Olanda noi operiamo in tutti gli ospedali – dice Ton – Il nostro intento è quello di poter aiutare il più possibile Soccorso Clown a crescere in Italia“. Aggiunge Yury: “Riproporremo il nostro progetto di Health Care Clown alle strutture ospedaliere ed alle Case di Riposo della Provincia di Sondrio, con cui abbiamo fatto una esperienza due anni fa, così da interagire ancora meglio con un territorio così ospitale che possa individuare nella nostra proposta una nuova professione che crei sbocchi occupazionali per tanti giovani del posto”.

Se anche tu lettore vorrai sostenere i progetti di Soccorso Clown e potere decidere la forma migliore per dare il tuo contributo, puoi consultare il sito www.soccorsoclown.it

Brividi in corsia

di Giusy,
volontaria e amica di Soccorso Clown Onlus

 

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Se cercassi di racchiudere in una parola le mie impressioni stando a contatto con i Clown Ospedalieri di Soccorso Clown Onlus, la prima parola che mi viene in mente è brividi.

Ebbene si, ho avuto letteralmente la pelle d’oca nel guardarli all’opera.

Ho avuto i brividi nel vedere la boccuccia triste di un bambino trasformarsi magicamente in un sorriso. Ho avuto i brividi nel vedere con quale delicatezza i Clown riescono ad avvicinarsi ai bambini che inizialmente sembrano restii. Ho avuto i brividi nel sentire una mamma dire “Oltre che a mio figlio fate bene anche a me”.

È impressionante la sensazione che mi sono portata a casa, mi sono sentita ricca. E la ricchezza di cui parlo è quella che ti riempie il cuore.

Ecco…io credo che i clown di Soccorso Clown Onlus riempiano il cuore e lo riempiano di gioia. E riempire il cuore di gioia a un bambino ospedalizzato e a una mamma costretta a vedere il suo piccolo soffrire è una missione non facile ma loro ci riescono e ci riescono in grande stile. Sono in grado di trasmettere a chiunque incontrano energia positiva attraverso un semplice sguardo, una battuta, una canzone, una magia.

Un grazie speciale a tutti voi per avermi permesso di entrare nel vostro piccolo, grande mondo.

Giusy

Storie dalla Corsia – Una collega insostituibile

di Rachele, in arte Dott.ssa 8volante

Quando scriviamo storie dalla corsia, scriviamo sempre su un determinato turno, un determinato intervento, dando l’attenzione totale ai bambini per i quali siamo lì, mai su di noi.

 

Dott.ssa 8Volante

Dott.ssa 8Volante

Oggi qualcosa mi spinge a cambiare direzione, a puntare la luce su di noi. Sui Clown Ospedalieri. Questo fluir di parole è per una cara amica, una collega insostituibile, per te e per come riesci a fare stare me al tuo fianco in ogni stanza, a contatto con ogni persona grande o piccina che possiamo incontrare.

 

Sto in piedi: detta così pare senza significato e anche un po’ bruttina come affermazione, ma stare in piedi significa non provare mai quella sensazione di cadere, che spesso si prova durante interventi delicati e complessi. Tu hai il potere di far respirare la mia anima, rendendola così libera di creare, libera di navigare e naufragare in quel mondo immaginifico ricco di circostanze e alternative. Mi fai sentire che un errore è comprensibile e che da quell’errore si può emergere con successo, che possiamo sempre migliorarci, che posso farlo con te.

Per questo non mi sento mai sotto esame, non sento mai giudicato il mio lavoro anche quando puoi dirmi che qualcosa non va: tu lo fai perché credi in ciò che fai, e lo fai anche perché credi in me e questo mi fa sentire onorata, onorata di meritare le tue attenzioni. Anche quando mi guardi perché ho spinto troppo l’energia, o perché il mio burattino si è preso ferie prolungate, anche quando per strane ragioni atmosferiche il semplice fare una bolla di sapone diventa una roba da ingegneria meccanica.

 

Parole per dirti grazie. Grazie di esserci e di farmi provare quelle bellissime sensazioni quando so di essere in turno con te, quando ti vedo arrivare negli spogliatoi col tuo stile inconfondibile e l’occhietto ancora chiuso, il turno inizia da lì col tuo : “Buongiorno Dottoressa!!!”.

Grazie perché il clown che sei spinge me ogni giorno ad accrescere i miei strumenti e le mie competenze. Grazie per la tua genialità, dalla quale imparo tanto, e alla quale i bambini non possono resistere, tu fai ridere loro e fai ridere me, per questo voglio dirti grazie Vanessa.

 

Grazie Dottoressa Molletta. Grazie a noi che sappiamo essere una più pasticciona dell’altra, una più tonta dell’altra, che ridiamo e scherziamo dei centimetri che ci mancano e dei chili di troppo, noi che ci litighiamo fidanzati e mariti, noi che ci guardiamo dritte negli occhi prima di seguire impulsi e strutture, noi che siamo lì per prenderci cura dei bambini, ma anche di noi stessi.

 

Questa si chiama fiducia.

Questa si chiama stima.

Questa si chiama professionalità.

Dottoressa 8Volante


Con una donazione a Soccorso Clown
doni un sorriso ai bambini
ricoverati negli ospedali italiani

Storie dalla Corsia

di Elena Garufi in arte Dott.ssa Perchè

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Prima parte

“Essere felici per essere andati in un ospedale! Che strana sensazione…” pensavo stamani alla fine del mio turno, mentre passeggiavo lungo il Tevere. Ma non felice perchè sono stata dimessa dall’ospedale, badate bene, felice di essere andata nuovamente a gironzolare per le stanze di un reparto del Bambino Gesù, nelle vesti della Dott. Perchè.
Oggi ho condiviso il turno con la Dott. Liquirizia, era dai tempi del tirocinio che non accadeva, probabilmente ero felice anche per questo. La nostra avventura è iniziata insieme, ormai 4 anni fa, al master per diventare Clown Ospedalieri all’ospedale Meyer di Firenze. Abbiamo condiviso lungo tempo insieme, ad allenarci e studiare, a divertirci e confrontarci, ed è diventata quella bella cosa chiamata amicizia.
Noi due, insieme ad altri colleghi, siamo considerati i “nuovi”, ovviamente rispetto alla lunga attività dell’associazione.
Fino a poco tempo fa la strutturazione dei turni era fatta di modo che un “nuovo” stesse sempre con un “anziano” del gruppo, per fornirgli una spalla esperta, ed è stato quindi particolare, oggi, essere “finalmente” sole dopo tanto tempo, io e lei, emozione e soddisfazione.
Ho la mente piena di ricordi di questa mattina.
Rispetto alle altre volte c’erano più ragazzine grandi, quasi adolescenti, così abbiamo potuto scherzare verbalmente tirandole in mezzo alle prese in giro per farle divertire, e fare magie più complesse con le carte, lasciandole di stucco.
Ricordo, in una stanza, A. una bimba con due guance infinitamente rotonde, e G. uno scugnizzo magro magro, con evidenza un bimbo con una malattia oncologica. Spesso è difficile distinguere il sesso di un bimbo che ha perduto tutti i capelli, chissà quante volte gli sarà già capitato, così mette le mani avanti e con gran foga ci specifica che lui è un “maschietto”. Loro già conoscevano altri clown e ci siamo fatte guidare dai loro desideri, aggiungendo cose speciali alle loro preferenze, facendo volare palline invisibili e catalizzando l’attenzione di tutto il personale medico riunito nella stanza, che si divertiva a vederli così vispi.
Dopo, nel corridoio, incontro una delle dottoresse, scherziamo un po’ come sempre, e all’improvviso mi dice, “brave, avete fatto ridere di gusto G. in genere lui è sempre molto triste e non sorride”, io d’istinto non ci credo, ma ad un certo punto realizzo che effettivamente è così, noi non siamo sempre nelle stanze per vedere come passano il tempo i bimbi e le loro famiglie. Io ho visto G. attivo, felice, in piedi sul letto, e A. dall’altro letto che appoggiava energicamente i giochi, mentre le mamme continuavano a dire che non sapevano come era possibile visto che erano debilitati dalla malattia e dalle cure e con le piastrine a terra. Nella mia mente li conservo come bambini pieni di vita…


…To be continued…

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Storie dalla Corsia

di Elena Garufi in arte Dott.ssa Perchè

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(vai alla prima parte)

Seconda parte

Oggi ho parlato più del solito con i dottori. Una cosa che mi ha fatto riflettere è stata la risposta che spesso ci danno alle domande iniziali di routine (per sapere gli accorgimenti speciali per entrare nelle stanze), ci viene detto “Si lì potete entrare ma magari non serve, è molto piccolo” o “… è un ritardo molto grave…”.
Questo è un punto di vista anche di molte mamme dei bimbi; sono loro stesse che a volte, quando ci affacciamo nelle stanze, ci danno la stessa risposta.
Ma oggi, più delle altre volte, ho notato come queste sono parole di circostanza; la realtà, la nostra realtà, è un altra.
Oggi siamo entrate come sempre in tutte, tuttissime, le stanze, e ci siamo dedicate in maniera diversa alle varie situazioni. Quando ho trovato una nonna con un bimbo piccolo in braccio che sonnecchiava, prima di uscire la dott.ssa Perchè non si è trattenuta dal canzonare sottovoce la nonna, che quando ha realizzato lo scherzo si è molto divertita e ha ringraziato di cuore per quei sorrisi sinceri che sono riuscita a strappargli in un momento in cui non se l’aspettava.
Così come i genitori di M. che forse posteranno le foto che abbiamo fatto insieme.
Sono sempre stata felice della gioia dei bambini, oggi ho fatto più caso anche all’umore dei genitori o parenti che si ritrovano a vivere quella sofferenza. Fare partecipare le mamme, i papà, le nonne rientra nella nostra mission. È stato bello oggi averne riconosciuto la validità in modo così pieno e reale. Sono felice anche per questo.
Ho scritto prima che faccio parte del gruppo dei nuovi, questo è significativo. Il reparto dove lavoriamo (malattie infettive) non è di lunga degenza in genere, è difficile che incontriamo i bambini più volte, come capita in altri reparti.
Oggi invece ho ritrovato ben due bimbi che avevo già visto.
Una di loro, L., l’abbiamo incontrata a metà del nostro viaggio, avevamo ancora molte stanze da visitare, ma quando siamo andate via, appena uscita dalla stanza, mi è arrivata una mattonata nello stomaco “Forse dovevamo restare di più? ”.
Come gestire questo sentimento?
Alla fine del turno avevamo strafatto, eravamo molto oltre l’orario di fine, ma in bagno mentre stavamo per cambiarci la Dott.ssa Liquirizia mi chiede cosa mi turbava, io ero desolata per non aver dedicato più tempo a L., lei sarebbe rimasta molto più con noi, era chiaro. Liquirizia con tutta la sua dolcezza si rimette il camice e dice “Andiamo a salutarla, in effetti le abbiamo detto che andavamo sulle stelle, possiamo riportarle delle bolle di sapone da lì”, e così è stato: un saluto, le bolle delle stelle e una musica di sottofondo per salutarci ancora.
Anche questo è bello, quando si tratta di dare amore può scivolare anche il tempo.
In camerino e al momento dei saluti le dottoresse ci dicono al solito “Ci vediamo martedì prossimo!”
Questa volta mi si spezza il cuore ad essere proprio io a doverle dire “No, in realtà il progetto è finito, noi per il momento dobbiamo interrompere…” Ci restano male, lo sapevo, ma cosa potevo fare?
Ci guardiamo con reciproca comprensione negli occhi, io e loro ci siamo rimaste male allo stesso modo e per lo stesso motivo; perchè i bambini non ci vedranno, perchè è questo che conta. Subito aggiungo “Ma non vi preoccupate, ci stiamo impegnando tantissimo per trovare finanziamenti ed estendere il progetto, noi anche vogliamo venire qui….”, loro ringraziano, e in quel momento ho percepito tutta l’importanza che anche i medici ci danno. I dottori sono sempre felici, sorridenti quando ci vedono, ci trattano con gentilezza e riguardo (mentre noi li canzoniamo continuamente!), ma non avevo mai notato quanto ci tenessero, quanto erano tristi perchè non andavamo più. L’ho notato stamane, l’ultimo giorno….per adesso….

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Storie dalla Corsia

di Elisabetta Desideri in arte Dott.ssa Bijoux

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Ieri la sottoscritta dott.ssa Bijoux e la dott.ssa Sorriso, hanno partecipato alla festa del Carnevale in Ludoteca presso l’ospedale pediatrico Meyer.
Quando sentiamo parlare di Festa all’ospedale non possiamo fare a meno di pensare ad una contraddizione in termini.
Eppure, spesso, nelle contraddizioni troviamo il senso delle cose e il sentimento che spinge, clowns come noi, a fare questo mestiere. Il Clown, e più precisamente il clown ospedaliero, è solito cercare un punto di contatto con il proprio piccolo spettatore… cerca di far leva sulla parte reattiva del bambino/paziente.

Mette da parte la malattia e il dolore per trovare il gioco ed il sorriso là dove ve ne è più bisogno.

Ecco… ieri in Ludoteca, io, dott.ssa Bijoux isieme alla dott.ssa Sorriso non abbiamo fatto molta difficoltà a trovare quella parte.

I bambini sono partiti carichi e vogliosi di divertirsi ed é stata un’emozione unica e travolgente.

Abbiamo trovato subito un contatto, e anche i più timidi, dopo poco si sono sciolti ed hanno partecipato ai giochi organizzati dalla ludoteca.

Si sono susseguiti momenti di gag, giochi, sorrisi e musica, eh si… perchè i clowns hanno avuto il supporto musicale dei “Musicisti”: la brava flautista è stata la nostra colonna sonora!

Mascherine e flebo, sedie a rotelle e stelle filanti… eppur se con queste contraddizioni, la festa del Carnevale in Ospedale è stata un vero e proprio svago per tutti, piccoli pazienti e genitori.

Grazie a tutti i partecipanti

Elisabetta Desideri, Dott.ssa Bijoux

 

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Storie dalla Corsia

di Enrico Marconi in arte Dott. Rufus

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Il Dottor Rufus entra in azione alle 9 di mattina al padiglione Salviati dell’Ospedale Bambino Gesù.

È accompagnato dal Dottor Fico Secco, esperto in puzzologia applicata. Iniziano il loro giro nel reparto partendo dalla sala d’aspetto dell’ambulatorio. E poi i due affrontano le stanze.

Oggi la stanza che sta all’angolo e che è anche un po’ più grande delle altre ha due inquilini molto diversi, uno Matteo ha circa 4 anni ed è molto vivace e viaggia con noi dal letto, superandoci con la sua fantasia. È un appassionato di treni e ci fa salire sulla sua locomotiva immaginaria e io faccio il capostazione.

Ma c’è anche un compagno di stanza, Timothy. È minuscolo, non ha neanche un anno, il suo corpicino quasi si perde nel lettone dell’ospedale. Sono tre settimane consecutive che lo incontriamo qui, in questo lettino. La mamma e la nonna sempre al suo fianco sedute su due poltroncine che quasi le inghiottono. Le altre volte non siamo mai riusciti ad attirare la sua attenzione perché i suoi occhietti si chiudevano vinti da una stanchezza enorme, da un dolore che non si riesce ad accettare.

Quando ho visto che era ancora lì mi sono sentito schiacciato dall’impossibilità di fare qualcosa per lui ma ci siamo avvicinati lo stesso, ho imbracciato il mio fido Lele (il mio ukulele) e Fico Secco ha provato con delle bolle. Questa mattina il piccolo Tim è un po’ più sveglio ha aperto una fessura nei suoi occhietti ci sta ascoltando e guardando, poi una bolla dispettosa si va a posare sulla sua gamba, resta lì per un secondo ferma come per incanto e poi puff! E Timothy ci guarda, ne vuole ancora. Continuiamo con altre bolle e lo sguardo si apre sempre di più. Allora Fico Secco sfodera i suoi foulard volanti, sembrano ipnotici e la bocca di Timothy si allarga in un bellissimo sorriso, la nonna e la mamma si alzano dalla poltrona e lo guardano con un po’ di stupore.

La sensazione è strana, quasi mi si intrecciano le dita sull’ukulele e sbaglio gli accordi poi mi riprendo.

È arrivato il momento di lasciare la stanza all’angolo del corridoio ma prima di uscire dobbiamo prendere il treno di Matteo per attraversare la porta e tornare nel corridoio.

Storie dalla Corsia

di Marco Burla in arte Dott. DinDon

 

dott. Din Don con ukulele

 

Questa non è propriamente una storia di corsia, perché è accaduta fuori dall’ospedale, ma se non ci fosse stato il nostro intervento in ospedale non ci sarebbe stata nemmeno questa storia.

Per raccontarvela, la prendo un po’ larga.

Una cosa molto particolare del nostro lavoro come clown di corsia, che ho riscontrato anche nei miei colleghi, è la relazione che le persone instaurano con noi. Non parlo soltanto dei bambini, ma in questo caso mi riferisco soprattutto agli adulti, in particolare ai genitori.

Pur non avendo dei costumi altisonanti e trucco appariscente, quando abbiamo il naso rosso, che sia di plastica, di gommapiuma o di rossetto non ha importanza, le persone subito si dimenticano o sembrano dimenticarsi, che dietro quella piccola “maschera” ci sono delle persone come loro, con le loro vite, i loro problemi, le loro stanchezze. Da quel momento per loro tu sei un clown, qualcuno che va oltre la persona che sta dietro al naso rosso. Diventi per loro una sorta di supereroe, un personaggio famoso, una star, una persona speciale, un clown appunto! Diventi in qualche modo un qualcuno che è lì per stare con loro, con i loro bambini, per divertirli sì, per fargli trascorrere del tempo, ma soprattutto per ascoltarli, per renderli unici, per far diventare anche loro un po’ speciali come il naso rosso ha reso speciale a te che lo stai indossando.

Il clown è lì per i loro bambini, ma anche per loro, per astrarli per un momento da quella che è la vita reale, dalla malattia che stanno affrontando insieme ai loro bimbi, dal lento scorrere delle giornate del ricovero, dalle preoccupazioni e dal dolore che questi momenti portano con sé. Tu, clown, sei lì non per far dimenticare questi momenti, non per farli sembrare meno difficili, perché purtroppo i clown non hanno questo tipo di super poteri. No, tu, clown, sei lì per dargli una mano, per sostenerli, per condividere con loro questa lotta che stanno conducendo a fianco dei loro bambini contro la malattia, qualunque essa sia. Lavorando in ospedale, abbiamo occasione, purtroppo, di vedere molti livelli differenti di malattia, eppure la forza che i genitori mettono nella cura della malattia del bambino, qualunque essa sia, è sempre la stessa. A volte, anche a noi fa strano vedere tanta preoccupazione per un’ allergia o una febbre troppo alta, quando entri in reparti dove queste cose sono il minimo che si possa avere, eppure tutto ciò mi appare comprensibile, cosi come mi appare chiaro l’ effetto clown in ospedale.

Questo effetto mi appare ancor più chiaro quando, finito il turno, tolto il costume e il naso rosso, ritorni nel mondo della persona normale che sei e quando nell’incrociare nel corridoio del Meyer la mamma o il papà che avevi visto cinque minuti prima e coi quali avevi parlato, scherzato, riso insieme a loro e al loro bimbo, ora non ti riconoscono, non hanno il volto rilassato che avevano poco fa quando c’era il clown lì con loro, non hanno la voglia di conversare con te, di parlarti, di condividere la loro situazione perché per loro sei uno sconosciuto, una persona tra tante. E allora ti fermi un attimo e ci pensi. In effetti è vero. Tu non li conosci e loro non conoscono te. Eppure poco prima, poco fa ci stavi parlando, ci stavi scherzando, ci stavi condividendo, e loro con te, attimi preziosi delle vostre vite. Allora capisci che non sei uno sconosciuto, una persona tra tante, ma semplicemente, ora, tu non sei più un supereroe, una star- Ora semplicemente non sei più un clown di corsia.

E la storia di corsia dove l’ ho lasciata? Eccola.

La mia storia di corsia è alla Stazione di Rifredi, a Firenze. Una mattina che aspetto una persona che deve arrivare in treno e che, stranamente, mi vede arrivare in stazione con largo anticipo. Nell’attesa, rimango fuori a conversare con un amico, anche lui casualmente lì. Senza trucco e senza naso ma semplicemente io, come posso essere ora mentre scrivo questa storia. Mentre parlo con questo amico vedo una bimba con la mamma che la mattina precedente avevo visitato in stanza al Meyer, purtroppo per lei non per un braccio ingessato. Mi fa piacere vederle fuori dall’ospedale e penso sarebbe bello andarci a parlare. Ma poi penso che non sono clown, che loro non mi riconoscerebbero, che forse non sarebbe il caso, che dovrei stare lì a spiegare loro diverse cose e, quindi, mi limito a rivolgere uno sguardo alla bambina e a continuare a parlare col mio amico. Ma in quello sguardo della bambina, e quello complice di lei alla mamma, capisco che invece loro hanno capito benissimo chi sono. Forse meravigliate anche loro nel trovarmi in “borghese”, lì al fresco sole invernale, in una stazione dei treni, ma soprattutto fuori dall’ospedale. Bè, allora vado da loro, ci parlo un momento, ci scambiamo un saluto e auguro loro una buona giornata e magari di incontrarci nuovamente, un’altra mattina, in un’altra stazione, in un’altra città…l’importante è che sia fuori da un ospedale.

E così, nel salutarle, io e il dottor DinDon siamo ora la stessa persona, normali ma anche un po’ speciali!

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